La stanza di Virginia, rivista bimestrale di cultura e costume - Numero 24

Lei sa.

Albanese

Quando è iniziato?

Quando l’Occidente ha tradito i valori che presumeva di possedere?

Stiamo assistendo al crollo di una intera civiltà. L’impero non regge più le bugie, il re è nudo.

Malgrado i tentativi delle caste dell’alleanza Atlantica e di tutti i vari patti – scellerati – stretti tra le potenze figlie di quella supremazia bianca che, per quanto illusoriamente inclusiva, finisce sempre per

rivelare l’orrido volto di un potere ben fermo in mano agli ariani del pianeta. Il sogno europeo si frantuma rivelando invece l’incubo di un sistema fantoccio, funzionale solo alla Nato e all’America.

Fine della democrazia, dei diritti, della legalità internazionale, della giustizia.

O meglio, fine dell’illusione della sua stessa esistenza.

Perché in fondo, da sempre chi comanda sono loro, i signori delle guerre, del sistema militare-industriale. Chi ha provato a opporsi denunciando, come Julian Assange, è stato fatto a pezzi. Così come viene fatta a pezzi oggi Francesca Albanese, che ha il coraggio di opporsi al genocidio chiamandolo con il suo nome, quello vero. Non solo, fa anche i nomi delle aziende e dei potenti che vogliono il genocidio e l’accumulo di ricchezze personali che ne derivano.

Lei sa, li conosce quei nomi. Lo fa con la stessa onestà intellettuale di Pasolini, che mai come oggi rimpiangiamo.

“Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato ‘golpe’ (e che in realtà è una serie di ‘golpe’ istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del ‘vertice’ che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di ‘golpe’, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli ‘ignoti’ autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del ‘referendum’.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.”

Francesca Albanese sa, e condanna. Dichiara apertamente che è Israele a guidare – comandare – decidere, accanto a quello psicopatico che gli Stati Uniti hanno masochisticamente deciso di rieleggere.

Sono figure come quella di Francesca Albanese a farci interrogare sul punto di non ritorno al quale l’Occidente è arrivato.

Criminali impuniti sono al potere, mentre i difensori di quella giustizia che è sempre stata faro e vanto della nostra civiltà vengono perseguitati.

Pochi, pochissimi hanno capito che con Gaza sta morendo anche il modello occidentale. Siamo davanti alla prova più importante della storia, la nostra storia, e stiamo fallendo.

In questo momento tutte le ombre vengono alla luce, quelle americane, quelle europee.

Il vero modello colonialista è allo scoperto, e sembra che a nulla siano serviti i secoli e le vicende. Non è mai cambiato, di fatto. Era camuffato, era nascosto. Ed è proprio ora che dobbiamo tirare fuori il coraggio, la dignità.

Non ci salveremo se non impareremo a dire no, esattamente come fa Francesca Abanese. Non importa a quali rinunce andiamo incontro.

La libertà nasce dopo un sacrificio, un sacrum facere che ci restituisce la scintilla della nostra umanità.

Francesca Albanese sta difendendo i valori su cui abbiamo creduto, e ci sta dimostrando che o li applichiamo o ci consegneremo a un far west globale in cui la caduta dell’Occidente sarà ancora più disastrosa.

Ci sono molti altri che come lei sanno, ma tacciono.

Tacciono per convenienza, per codardia politica, commerciale, finanziaria, perché altrimenti il sistema li punirebbe.

E in questo silenzio vigliacco, si alzano solo le voci bugiarde che tentano di imporre ancora le narrazioni che giocano la carta del baro, e che riguardano il genocidio dei palestinesi, la Russia, la necessità del riarmo contro i cattivi

Mentre il resto del mondo ci guarda avanzare verso la catastrofe da noi stessi voluta, e nota la nostra ridicola, grottesca arroganza, noi preferiamo far finta di nulla, e credere alle menzogne di pifferai e megafoni dei poteri.

Il giornalismo investigativo è agonizzante, mentre consumiamo le storie di Instagram passando ossessivamente da un’immagine all’altra.

L’Occidente è pieno di zombie. Li vedete?

Eppure non vogliamo smettere. E allora continuiamo così. Facciamoci del male.

Molto, molto male.


Francesca Pacini

Francesca Pacini nasce a Senigallia. Ma le Marche le stanno strette. Non a caso adora Bruce Chatwin, per il quale "la casa è solo un luogo dove appendere il cappello". Lei non finisce in Patagonia, ma in molti altri posti. Vive in America per un anno, perfeziona l’inglese, poi decide di tornare in Italia. Senigallia, dopo l’America, è diventata ancora più piccola. Così migra a Milano dove studia Comunicazione all’Istituto Europeo di Comunicazione. È lì che comincia a sentir parlare per la prima volta di uffici stampa. Tuttavia, malgrado una permanenza aziendale con la prospettiva di viaggi all’estero, i libri e la passione per il giornalismo - perversioni ostinate, tenaci - le fanno mollare di nuovo gli ormeggi. Nel 1993 arriva a Roma, dove frequenta un corso di giornalismo organizzato dalla redazione della rivista internazionale Storie e inizia lì la sua gavetta. La rivista ha anche una casa editrice, Leconte. Scrive articoli, gestisce rubriche, corregge le esercitazioni degli allievi dei corsi di giornalismo promossi dalla rivista, lavora sui testi della casa editrice. Segue gli allievi dei corsi di giornalismo organizzati dalla redazione. Lì impara i ferri del mestiere editoriale e giornalistico, diventa caporedattore. Si iscrive all' Ordine dei Giornalisti incorniciando il suo piccolo sogno, quello del giornalismo culturale e sociale. Il problema, però, è che di sogni ne ha tanti. Irrequieta fin dalla nascita (forse sempre a causa di quell’ “annata” particolare, il 1968, o del suo segno, l'Acquario), ha sempre bisogno di altri stimoli. Nel 1999 incrocia l’agenzia letteraria Il Segnalibro. A volte si ha fortuna, si capita nel posto giusto al momento giusto. Il Segnalibro ha bisogno di qualcuno che prenda in mano l’agenzia per rinnovarla e ristrutturarla, è in difficoltà: lei riorganizza staff e servizi, rilanciando l'immagine nazionale. Ha bisogno di nuove sfide nel campo editoriale, così si dà da fare.

 

La stanza di Virginia, rivista bimestrale di cultura e costume

Registrazione presso il Tribunale di Roma nr. 170/2012 dell'11/06/2012

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